Canto del Maggio

Il Canto del Maggio: tradizione, rinascita e buon raccolto

Nel segno del recupero e mantenimento della tradizione, qualche anno fa Clara Monaci ha voluto ospitare nella sua azienda il gruppo del maggiaioli di Sant'Angelo per propriziare una grande annata per il suo Brunello, anch'esso prodotto secondo gli antichi metodi tradizionali. Il “Canto del Maggio” costituisce un interessante patrimonio culturale da preservare, traendo le sue origini negli antichi riti propiziatori della Primavera, infatti la celebrazione del cambiamento delle stagioni in queste zone ha remote origini pagane. Questo antico canto itinerante di questua, le cui origini ci riconducono all’antico culto degli alberi e dei rituali agresti, ha sostituito antiche pratiche pagane, diventando un canto augurale nel quale si trasmettono gli auguri gioiosi per l’arrivo della primavera, al rifiorire della natura dopo i rigori dell’inverno, auspicando fertilità e buon raccolto. Si tratta di una rappresentazione con canti dall'andatura allegra e gioiosa fatta all’aperto nell’aia del podere, il benvenuto alla bella stagione dopo il lungo inverno, un'allegoria della vita, della rinascita e dell'allegria. I cantori, vestiti con sgargianti costumi, sono tutti popolani, quasi sempre contadini, perché il Maggio è nato proprio nelle campagne. Il copione è diviso in "stanze" - strofe, sonetti, stornelli e tresche, generalmente a rima baciata o incrociata, cantate a piena voce, sempre nella stessa melodia e la rappresentazione, con attorno il pubblico in semicerchio, procede lentamente, in modo rituale. I temi dei canti sono svariati: la natura, la campagna e le stagioni, ma anche un eros velato in serenate dolci e maliziose. L’accompagnamento è limitato a una fisarmonica e una chitarra che legano fra loro le varie quartine. Cantare il Maggio è però faticoso, impegna la mente, la voce e i muscoli per ore, unico ristoro è un bicchiere di vino, che a “La Corte dei Venti” è un elegante bicchiere di Brunello di Montalcino, infatti, disse come disse il futurista Filippo Tommaso Marinetti nel 1935 “Il Brunello è benzina!”, quella che ci vuole per andare fino al prossimo podere a render omaggio al capoccia.